Al-Mághrib, per gli arabi è la terra dove il sole tramonta, il grande occidente.

Zaino in spalla, apicoltore di professione alla scoperta dell’etno-antropologia marocchina, mi cimento in una nuova avventura da viaggiatore, in una terra arabo-berbera, tra cime innevate e deserti di roccia polverosa, tra città rumorose e villaggi costruiti di terra cruda. E’ il 2012, decido di partire in gennaio, un periodo abbastanza tranquillo in azienda e di scarso lavoro in apiario. Ho a disposizione quasi un mese per visitare il paese. Ho abbastanza tempo per immergermi nella cultura marocchina, ma in questo breve diario di viaggio cercherò di concentrarmi principalmente su quel che riguarda la cultura delle api, l’agricoltura e l’ambiente.

E’ la mia prima volta in un paese arabo, così vicino ma così distante dal nostro occidente così ricco e liberale ma spesso così fasullo e ipocrita. Scelgo Tangeri come prima tappa per praticità di itinerario ma non solo. Tangeri porta dell’Africa, città dove venne pronunciato nel 1947 da Mohammed V il discorso per l’Indipendenza (che poi arrivò nel 1956) per il Marocco. Indipendenza che apri il passo a tutti i futuri stati africani e segnò il declino del colonialismo.

A Tangeri ho la fortuna di avere la compagnia di Huda, una giovane ingegnere che sogna l’Europa. Un grande aiuto al mio primo incontro con il mondo arabo!

Le montagne del Rif

Huda è una ragazza curiosa e vuole prima di tutto viaggiare per conoscere il suo paese. Grazie ad un fine settimana allungato dalla festività dell’11 gennaio (giornata del Manifesto dell’Indipendenza dalla Francia) ha la possibilità di seguirmi ed accompagnarmi fino al Rif, una regione montuosa che si affaccia sul Mediterraneo che va dallo stretto di Gibilterra fino alla frontiera algerina. Qui abitano i berberi rifani una popolazione talmente legata alla propria tradizione da definirsi prima rifane poi marocchine, tanto che più del 60% dei rifani ostenta e rivendica la propria identità culturale attraverso la variante rifana della lingua berbera, il tarifit. Il Rif è conosciuto per le sue montagne ma soprattutto per la coltivazione della cannabis indica, che qui chiamano Kif. Qui si trova la più vasta superficie coltivata di cannabis al mondo ed è proprio da qui che arriva la maggior parte dell’Hashish che viene consumato in Europa. L’intera regione vive di questa monocoltura che cresce rigogliosa grazie al clima umido e soleggiato, coltivazione che viene ben tollerata perché esiste da secoli e fa parte della tradizione. Il ministero dell’agricoltura marocchino un tempo classificava queste colture come “industriali” ma ora, anche su pressione della Comunità Europea si sta tentando una conversione colturale.

Pernottiamo a Chefchaouen, la “capitale” del Rif, chiamata la “città azzurra” perché questo colore si trova dappertutto in tutte le sue sfumature, dalle soglie delle case alle cornici delle finestre. Il mio obiettivo è quello di visitare una fattoria, possibilmente una fattoria apistica. Faccio varie ricerche, fintanto che arrivo all’organizzazione “Chaouen Rural”, una rete che promuove il turismo rurale nel Rif. Qui il turismo rurale è agli albori, in fase di sviluppo, quindi non immaginatevi modelli come i nostri, talvolta destinati ad un turismo pigro di cultura e bramoso di oziosità e grasse mangiate. Troverete tipiche dimore berbere dove scoprire la quotidianità della vita agricola rifana.

 

 

 

 

 

Mi presento all’ufficio con Huda e faccio le mie richieste: “Sono un apicoltore della Sardegna e sono qui per incontrare i miei colleghi del Rif!”. In quest’area l’apicoltura è poco sviluppata, in tutto vi sono due o tre cooperative in tutta la regione. Vengo messo in contatto con Elazhar Elazzouzi, il presidente di una cooperativa apistica che per mia sfortuna parla solo francese e arabo. Il mio francese è molto elementare, ma grazie alla generosità di Huda, in una serata davanti al suo portatile scriviamo una presentazione con lo scopo della mia visita. Domani ho l’appuntamento con Elazhar che viene a prendermi direttamente a Chefchaouen!

La cooperativa Bellota

Saluto Huda che rientra a Tangeri e assieme ad Elazhar saliamo su un vecchio autobus e parto per la nuova destinazione. La fermata dell’autobus sulle montagne è a richiesta, dopo circa 50 Km e 2 ore di viaggio (si, 2 ore di viaggio!!) siamo proprio di fronte alla struttura sulla strada che ospita magazzino, sala smielatura e negozio. Il tutto in pochissimi metriquadri. La cooperativa si chiama Bellota ed è composta da 7 cooperanti che gestiscono assieme 200 alveari oltre ad una abitazione per accogliere i turisti “rurali”.

 

 

 

 

Dopo le presentazioni, finalmente in apiario! Salgo sul Toyota 4X4 cassonato e assieme a Lahcem e Abdelhadi andiamo a visitare forse l’unica loro mega postazione di svernamento. Sono un po’ emozionato, è la prima volta che incontro l’apis intermissa, da quel che si dice, una razza abbastanza aggressiva. Vesto la mia maschera da viaggio e calzo i miei guanti, preparo la fotocamera e iniziamo la visita. Lahcem prepara l’affumicatore che viene caricato con della paglia secca, il fumo è bello denso anche se a parer mio la paglia dura molto poco, tanto che l’affumicatore deve essere ricaricato molto spesso. Ma ad ognuno i propri metodi! Si aprono degli alveari a caso per renderci conto dello stato delle famiglie. Siamo in inverno per cui le scorte sono molto scarse (l’apis intermissa è molto resistente alle carestie). Sono un apicoltore che in seguito è diventato allergico, per cui devo stare molto attento. Rifletto, ho lasciato l’antistaminico forse nello zaino da Elazhar, la mia maschera da viaggio non è il massimo e un’ape trova qualche varco per entrare. Riesco a schiacciarla senza essere punto mentre un odore fortissimo di feromone d’allarme viene sprigionato nell’aria. Altre api tentano di trovare il varco per farmi la faccia gonfia… non posso allontanarmi proprio ora, nel bel mezzo di una visita! Cerco di non preoccuparmi più di tanto,  i due apicoltori continuano gentili a mostrarmi alcuni dettagli dei loro alveari mentre continuo a fare fotografie e osservare il loro lavoro.

 

 

 

 

Dopo la visita all’apiario sosta di rito per il thè alla menta in una sala da thè lungo la statale, poi di nuovo alla cooperativa a fare una bella chiacchierata apistica. Purtroppo nessuno di loro parla inglese o spagnolo per cui devo arrampicarmi alle mie scarse conoscenze di francese… ma ci capiamo tra apicoltori! I mieli che riescono a produrre sono timo, eucalipto, arancio, corbezzolo e euforbia oltre ad una buona linea cosmetica di produzione semi-industriale. Alloggio a casa di Elazhar e il giorno seguente devo raggiungere Fès come tappa intermedia verso il deserto.

La mattina a piedi raggiungiamo la strada asfaltata dove passano gli autobus che dovrebbero fermarsi a richiesta. Ne passano 2 o 3 ma sono tutti pieni, nel mentre passano anche Grand Taxis anch’essi pieni. Dopo un po’di tempo di tranquilla attesa si ferma un camion che trasporta minerale da cava. Ci carica fino ad una cittadina vicina per 10 Dihram a testa. Mi meraviglio di questo modo di fare i pendolari, è molto curioso per me che vengo da un’isola servitissima di trasporti! Ah ah! Infine in serata arrivo alla città di Fès. Mi fermo per un paio di giorni poi parto per il sud alla ricerca dell’apis sahariensis.

La porta del Sahara

Raggiungo due ragazzi tedeschi, Sabine e Ronney, dobbiamo incontrare Moahmmed Lmodir che ci ospiterà in un piccolo villaggio al confine con l’Algeria. Viaggerò assieme ai ragazzi tedeschi per una settimana per tutto il sud da est a ovest fino all’Atlantico. Attraversiamo la catena montuosa dell’Atlante e dopo 10 ore di viaggio e 600 chilometri circa arriviamo ad Hessi Labied, piccolo villaggio con abitazioni costruite in pisè (una miscela di paglia e fango), panorama meraviglioso, dune di sabbia rossa, colori spettacolari, antica via di transito degli uomini blu: i Tuareg del deserto.

 

 

 

 

Qui operano varie organizzazioni umanitarie come “Bambini nel Deserto” che lavora per migliorare le condizioni di vita dei bambini nei paesi in via di sviluppo. L’organizzazione ha portato qui una ambulanza, fatto dei corsi di formazione igienico-sanitaria e svolto un progetto chiamato “Miele nel deserto”. Il progetto sull’apicultura aveva lo scopo di migliorare le conoscenze di base degli apicoltori, necessarie alla conduzione di un allevamento di api e alla produzione di miele. Furono consegnati dei beni e fornita una sommaria formazione tecnica. Ad ogni beneficiario selezionato è stato consegnato un kit composto da un’arnia completa, maschera, guanti, affumicatore, leva, spazzola, forchetta disopercolatrice, secchio con rubinetto per lo stoccaggio, filtro doppio, filo per telai, fogli cerei e zigrinatore. Si sono quindi approfondite e valutate con maggiori dettagli le potenzialità dell’apicoltura del sud-est del Marocco. Malgrado le condizioni climatiche estreme della zona desertica, all’interno di alcune oasi dove l’agricoltura e l’allevamento, assumono un importante aspetto dell’economia della comunità, l’organizzazione pensa allo sviluppo dell’apicoltura con il supporto di interventi e progetti futuri.

Chiedo a Mohammed di indicarmi gli apicoltori della zona, i beneficiari di questo progetto ma ahimè mi dice che le api qua sono quasi scomparse a causa dei trattamenti insetticidi effettuati per combattere le invasioni delle cavallette… Purtroppo nel deserto non ho incontrato apicoltori e non ho visto api. Però durante tanti berber-whisky (così viene chiamato il thè in modo ironico) ho avuto modo di visitare l’oasi dove ogni famiglia ha a disposizione un pezzo di terra per coltivare. Impressionante il sistema irriguo chiamato Khettara, formato da un cunicolo sotterraneo, scavato tra camini verticali, che arriva a captare l’acqua dove la falda è più superficiale, a volte anche lontano dalle coltivazioni, trasportando poi l’acqua da tali zone al palmeto ed alle parcelle coltivabili in corrispondenza del serbatoio di raccolta terminale. Poi un lungo canaletto distribuisce l’acqua a tutta l’oasi anche per chilometri e ogni proprietario seguendo un calendario prestabilito può usufruire dell’irrigazione facendo delle chiuse con la sabbia e portando l’acqua al proprio appezzamento. L’irrigazione sfrutta le piccole pendenze e entra nei piccolissimi appezzamenti (talvolta di 2 o 3 metri quadri soltanto!) che vengono irrigati per allagamento.

 

 

 

 

Durante la mia visita in pieno inverno le coltivazioni in ciclo sono fave, erba medica per il bestiame, cavoli, carote. Il tutto sotto la protezione dell’ombra del palmeto. Inoltre per proteggere il palmeto dalle frequenti tempeste che riempirebbero le coltivazioni di metricubi di sabbia, nel perimetro esiste un sistema di protezione che frange le polveri rosse sollevate dal vento.

Il palmeto di Tineghir

Ci mettiamo in marcia verso l’Atlantico, ci fermiamo a Tineghir dove visitiamo il più grande palmeto del Marocco, dove troviamo più o meno le stesse cose viste ad Hessi Labied, ma in formato molto più grande!

Unica differenza, che ad alimentare il sistema irriguo non sono le Khettara, bensì lo “Uadi Todgha” (fiume Todgha), che entra nel palmeto dopo un suo tortuoso percorso attraverso delle spettacolari gole di roccia rossa, paradiso degli amanti dell’arrampicata sportiva. Nel palmeto di Tineghir troviamo un piccolo mondo berbero che lavora negli orti, vicino ai canali di irrigazione, un vero labirinto dove si rischia di perdere molto tempo finendo nei vicoli ciechi. Qui troviamo persino una pseudo-distilleria (probabilmente clandestina) che produce alcool dai datteri. Una guida ci ha avvisato dei 7 Km di trekking lungo il palmeto, dalle gole alla strada statale, ma probabilmente con deviazioni e ritorni sui nostri passi, ne abbiamo percorsi molti di più!

 

 

 

 

Da Tineghir arriviamo poi ad Ouarzazate, tappa di 2 giorni  con un appuntamento con un apicoltore dell’Atlante che purtroppo salta per vari motivi organizzativi.

 

Verso l’oceano

Ultima tappa prima dell’Oceano è Taroudannt, l’antica capitale del Souss, regione dei berberi Soussi. Prima di arrivare in città attraversiamo coltivazioni di zafferano, fragole, banane e agrumeti a perdita d’occhio. Oltre a queste specialità, questa regione è famosa per un’altra pianta. L’albero di Argan! Le foreste di argana spinosa si estendono per una superficie di circa 800.000 ettari e sono popolate dalle capre che si arrampicano sui rami per mangiare i frutti. La pianta assomiglia un po all’olivo, ma è molto più resistente alle variazioni climatiche, pensate che può resistere fino a 7 anni senza una goccia d’acqua. L’argan è importantissimo per l’economia di questa regione, infatti dal frutto se ne ricava un olio di eccellente qualità utilizzato nella cucina e nella cosmesi. Ci sono un po’ ovunque delle cooperative e delle botteghe che lavorano e commercializzano l’argan e molti ragazzi faranno a gara per condurvi a visitarne qualcuna.

 

 

 

 

Nella tradizione gastronomica miele, mandorle e argan si incontrano: si ottiene il delizioso amlou. L’amlou è una crema spalmabile che può essere accompagnata al pane marocchino, durante la colazione che tradizionalmente è costituita da succo d’arancia, caffè “noss-noss”, “mssaman” (una specie di crepes su cui spalmare miele o amlou), olio di oliva e l’immancabile thè alla menta.

 

 

 

 

Finalmente nell’Atlantico! Ad Agadir saluto i miei compagni di viaggio e proseguo da solo fino ad Essaouira. Tra queste due città si estende una strada sinuosa chiamata “la route du miel” (strada del miele) perché vi si raccoglie un miele di timo dal gusto unico. La strada è fiancheggiata dallo Uadi (fiume) invaso dagli oleandri fino al villaggio di Imouzzer-Ida-Outanane, rinomato per le sue cascate e i suoi itinerari di trekking ma soprattutto per il Festival del Miele, una piccola fiera con espositori del territorio, musica folk e convegni di formazione.

Dall’Atlantico a Marrakech

Arrivo ad Essaouira, la città della musica “gnawa”, un porto di pescherecci, una baia che gode dell’effetto della marea, perennemente accarezzata dal “taros”, il vento che arriva dal mare. Qui ho trovato molti stranieri, anziani che si godono in pace la pensione ma persino professionisti che vengono qui a preparare i loro lavori da presentare poi alle loro imprese in Europa.  Mi fermo qualche giorno ospite di studenti europei e ne approfitto per un po’ di sano kitesurf visto che nella baia ci sono svariati centri nautici dove poter noleggiare l’attrezzatura a buon prezzo!

 

 

 

 

Infine la mia destinazione d’arrivo, Marrakech! Grazie a Massimo Carpinteri di ASSProMiele ho il contatto di Amina Chakir. Amina è una giovane dottoressa in chimica che ha fatto il dottorato di ricerca a Torino in cotutela con l’Università di Marrakech ed è la vice-segretaria del distretto regionale “Tensif-El Haouz” dell’U.Api.M (Union des Apiculteurs au Maroc).

 

 

 

 

Incontro Amina assieme al presidente Zerhoudi Elmahjoub (che si divide tra due professioni, il docente universitario e apicoltore) ed il segretario Hammadi Abarioud. Ho avuto una splendida accoglienza con tanto di tour alle cooperative tutto per me! Il primo giorno visitiamo il signor Houssin Badargou che oltre a curarsi delle api, costruisce per se le sue arnie con del legno di Pino rosso. Una breve visita in apiario, alla piccola falegnameria, poi l’immancabile invito nella sua abitazione, thè alla menta, pane, olio, miele e olive!

 

 

 

 

La seconda visita è alla cooperativa di Moustapha Abid, un curioso signore di circa 70 anni che lavora 200 alveari misti tra Dadant-Blatt e Langstroth da solo!

Arriviamo all’imbrunire, per non perdere tempo andiamo subito in apiario, con una lampada a batterie si aprono vari alveari, le api non sembrano aggressive. Oltre ad essere apicoltore, Moustapha è anche agricoltore. Oltre agli oliveti, nei suoi terreni si coltivano meloni e altri ortaggi. Secondo le mie impressioni quella di Moustapha è la cooperativa più ben strutturata. Due spaziossimi capannoni uno con un magazzino con la falegnameria, quindi deposito arnie e attrezzature, l’altro con la produzione e deposito miele. La nostra visita è una opportunità anche per il presidente e il resto del gruppo per scambiare idee e opinioni sulle sue tecniche. Così mi si presentano agli occhi, dei nuovi attrezzi curiosi, trappole per polline, strumenti per la raccolta della propoli e poi l’immancabile cassetta per preparare il thè per le soste di lavoro in apiario!!! Ci spostiamo a fare una degustazione di mieli, ma prima mi viene proposto di assaggiare una propoli prodotta sulla fioritura di Euforbia. Assaggio e dopo poco tempo inizio a sentire un leggero pizzichìo alla lingua… mi preoccupo, bevo un po’ d’acqua ma la lingua pizzica sempre più. Finalmente Amina mi tranquillizza, è l’effetto euforbia! Passiamo ai mieli, in un magazzino privo di energia elettrica, dobbiamo trovare i bidoni giusti con l’utilizzo della solita lampada che avevamo in apiario. Assaggio un ottimo miele di timo, molto diverso da quello sardo, poi quello di euforbia dove si ripresenta il pizzichìo alla lingua. Tra i mieli più curiosi quello di liquirizia, dal gusto che ricorda quello della radice della pianta. Poi uno rarissimo di miele di cotone che purtroppo non posso recensire a livello sensoriale, in quanto la degustazione è avvenuta in modo un po’ confusionale anche se davvero divertente!

 

 

 

 

Rientriamo in città e prima di andare a cena sostiamo a casa del presidente, che nel seminterrato possiede una piccola sala di smielatura. Un assaggio di deliziosi dolci marocchini e thè alla menta accompagnano i nostri continui scambi di informazioni apistiche mentre osservo una bella collezione di strumenti e prodotti di apicoltura da tutto il mondo. Per concludere la serata e rimarcare la splendida accoglienza vengo invitato in ristorante fuori la medina della città in un locale dove si mangia molto bene. Il posto più chic dove ho mangiato in Marocco! I giorni seguenti prima della mia partenza ci siamo incontrati di nuovo tutti insieme in una sala da thè dove posso con calma scrivere molte informazioni utili per la mia relazione. Nel frattempo l’apicoltore Houssin mi regala una vasetto di miele di carrubo e Amina mi fa preparare dal pasticciere un bel vassoio di dolci al miele marocchini da portare in Sardegna!

Rientro a casa entusiasta per la bella esperienza, già sofferente di mal d’Africa… ma sicuro che un giorno tornerò in questa terra, Inshallah!

Daniele Cossu – Marocco, gennaio 2012